Non si può andar via da Napoli senza aver visitato i Quartieri Spagnoli. Non fatelo da soli. Non perché rischiereste di perdervi: sono composti da 14 stradine parallele che salgono da via Toledo (a valle) a corso Vittorio Emanuele (a monte), tra piazza Dante e piazza del Plebiscito. Né perché siano particolarmente pericolosi: ormai gran parte è bazzicata più da turisti che da residenti. Piuttosto perché ciò che c’è da vedere cambia continuamente: murales, installazioni, street art. Tutto troppo mutevole per essere racchiuso nelle pagine di una guida turistica. Meglio un tour con Naplesbay, per andare alla scoperta di questo luogo che ispira tanti artisti contemporanei, e che racchiude anche perle di storia, come le edicole votive, le cui candele prima e lanterne poi, hanno costituito l’unico sistema di illuminazione a non essere divelto e rubato.
Percorrendo i Quartieri Spagnoli, ci si rende conto presto che si tratta di un fitto reticolo urbano a scacchiera, sviluppato nel XVI secolo per alloggiare le truppe spagnole del viceré Pedro de Toledo, e tuttora con una densità abitativa molto elevata (17.500 abitanti per km²). Perfino i sottani sono diventati qui “casa e bottega”: chi vendeva merci o servizi per gli aristocratici o per i militari, finì per trasferirvisi. O per innamorarsene, come il più grande calciatore di tutti i tempi, Diego Armando Maradona, simbolo della passione calcistica e dell’identità napoletana, al quale è dedicato un enorme murales. E ancora: le creazioni di Cyop & Kaf, elementi di rigenerazione urbana e riscatto sociale, hanno trasformato i vicoli in un museo a cielo aperto. Qui ogni muro racconta una storia, ogni angolo risuona di tradizioni e ogni balcone profuma di bucato fresco e sugo in pentola. È in questo scenario che street art e cultura popolare si legano indissolubilmente.
Per chi è alla ricerca di autenticità anche a tavola (andando oltre la classica pizza), ecco un indirizzo da perdere nel cuore del quartiere Vomero: trattoria ‘a Tiana (via cortese 24 – 081/9222522), dove assaggiare i piatti della tradizione gastronomica napoletana di inizio Novecento, le cui ricette, tramandate dai nonni, vengono riproposte fedelmente da Sergio e sua moglie Imma, in un ambiente raccolto e familiare, dove oggetti, immagini, profumi evocano tipicità. Si comincia con fritturine in pastella, e si prosegue con gli ziti spettati alla genovese, con cipolle profumate e carne tenera cotta lentamente, portati a tavola in una casseruola di ferro avvolta in uno strofinaccio. E per concludere: il delizioso tiramisù ai limoni della penisola sorrentina con un caffè servito a tavola nella tipica moka. Un’esperienza imperdibile per il gusto e per gli occhi, oltre che per il cuore.

Foto Victor Liotine



























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